giovedì 31 dicembre 2020

mercoledì 23 dicembre 2020

giovedì 19 novembre 2020

martedì 3 novembre 2020

Social-mente virali

 


Agli albori di un nuovo lockdown ho deciso di non pubblicare sui social.

Le persone sono dominate dal potere delle
clickbaiting. Un esercito di mercenari che sequestrano le parole per poi chiederne un riscatto.

Questa tecnica di scrittura non è un’arte.

La scrittura è un’impronta digitale: posso scrivere di tematiche differenti, mettere o togliere il cuore, ma l’animo è il mio!

Nessuno può tradire il patto sancito con le “parole”: in primis si tradisce se stessi e questo successivamente, determinerebbe un più alto tradimento.

Nessuno può, a lungo, prendersi gioco del proprio interlocutore.

 

Al tempo delle clickbaiting il testo deve essere conciso, ricco di tutte le informazioni del caso e carico dell’empatia necessaria a trascinare, convincere più persone possibili.

Non sono scevra da questo mondo, ma non mi identifico!

 

In questa piattaforma sono me stessa. Qui parlo con me stessa. Mi confronto idealmente con un interlocutore che tocca tematiche vicine alla cultura letteraria, e più specificatamente vicine al buon uso delle parole. I temi trattati toccano il conscio ed il sub-conscio di tutti. Qui non ho la necessità di raggiungere più interlocutori o una persona in particolare. In questa piattaforma riordino le idee; faccio ricerca prima di scrivere; mi confronto idealmente con chi non la pensa come me, leggendo quello che egli scrive; guardo il mondo con le parole giuste!

sabato 31 ottobre 2020

mercoledì 14 ottobre 2020

Il Titolo. La copertina. JK Rowling docet

 

https://twitter.com/jk_rowling/status/1314589151342350339?s=20



Il tema non è scontato e sinceramente non voglio affrontarlo, perché sia il titolo che la parte visiva di un romanzo completano un percorso di creatività.  Né il titolo, né la copertina servono all’autore.

Il tema però è interessante sotto un altro profilo: il mentalismo.

Il mentalismo, nel senso di comprendere la personalità del nostro interlocutore, è una psicoscienza un po' superata, poiché esso oggi è diventato un semplice esercizio algoritmico.

Anche le tecniche illusionistiche, al tempo dei millenium, sono tecniche di mentalismo più che praticabili: è sufficiente scaricare un programma per creare micro-video. 

Queste sono oggi competenze alla portata di tutti. Alla portata anche di chi è nato nello scorso secolo.

È sul potere comunicativo che voglio soffermarmi.

Il potere comunicativo del mentalista è la capacità di chi gioca con le parole, affinché si giunga ad un risultato stabilito in anticipo, "a tavolino". Non è magia. Semmai è qualcosa che molto si avvicina alla manipolazione della realtà, attraverso la eliminazione di qualsiasi forma di resistenza da parte di chi recepisce l’informazione. 

L’interlocutore, di propria volontà, deve accettare una realtà rispetto ad un’altra realtà più scomoda.

Attraverso queste tecniche si possono bypassare i principi reggenti la democrazia, oppure dati di origine matematica, fino a ieri definiti incontestabili.

E sebbene noi tutti, in questa emergenza sanitaria relativa alla drammatica epidemia Covid-19, che sta colpendo il mondo intero, siamo subissati da dati scientifici più reali della realtà: anch’essi sono oggetto di prestidigitazione.

Mi sono posta il quesito trovandomi dalla parte degli scrittori emergenti. Uno scrittore agli esordi è anche editor e editore. Egli deve inoltre scegliere il titolo e la copertina. 

Molto spesso lo scrittore per non vende l’animo della sua creazione, è disposto a cedere un po' di sé stesso.

Ed io questo tipo di approccio lo uso anche su questo blog, al di là dei consigli sui metadati, sulle keyword e relative conseguenze sul posizionamento SEO. Anche qui, per ora, sono io a decidere di seguire il mio personale percorso creativo.

 

La Rowling esce col suo nuovo romanzo.

Dopo lo straordinario successo mondiale ottenuto con la saga di Harry Potter, J K Rowling ha scelto personalmente l’animo della sua prossima novella.

J K Rowling ha presentato il suo nuovo romanzo, attraverso una copertina e alcuni disegni che lei stessa ha selezionato tra tanti piccoli artisti non professionisti.

Che sia passata per le vie impervie del potere mentalista? Credo di sì! E me lo dimostra il coraggio che ha trovato nel prendere posizioni scomode, facendo dichiarazione contra- potere, slegandosi da una certa corrente di “mentalismo”.

Credo, e ciò rimane nell’alveo della mia piccola esperienza, nel valore che sta alla base di certe scelte coraggiose.

Se pensiamo al coraggio, pensiamo all’eroe di un romanzo. Ma attenzione: l’eroe è colui che decide di percorrere la via del sacrificio con tutto il coraggio che nemmeno sa di avere!

 

 

 

 


domenica 6 settembre 2020

La Magia


 

A cosa serve la creatività. Come svilupparla e quali sono le differenze tra creatività e talking cure.

 

L’essere umano crede soltanto a ciò che vede

In questo tempo tutto è strutturato affinché l’immagine, come in un gioco di specchi, rifletta esattamente ciò che di concreto ci rende tutti uguali.

Ci accettiamo e accettiamo le difficoltà, pensando che in fondo sotto questo nostro stesso cielo, siamo tutti uguali. I problemi sono uguali, per tutti!

È così che diventiamo spettatori di un film.

Non serve calarsi nella fatica della prova. Andare per tentativi. Rischiare.

Il viaggio dell’eroe è oggi desueto.

L’eroe, quel pazzo che esce dalla propria zona comfort; che combatte e cerca il cambiamento. Che fallisce. Ritenta. Affronta tutte le difficoltà e considera le avversità occasioni di accrescimento.

Abbiamo smesso di considerare il viaggio come volano della speranza, capace di renderci universalmente unici, preparati e immersi nel desiderio che vogliamo realizzare.

“Se sbagli, alla prima, sei fuori”.

I dubbi oggi diventano montagne insormontabili, perché non c’è né la voglia, né la preparazione per affrontare un’impresa. Non c’è la volontà di superare le proprie debolezze e le difficoltà.

Il desiderio di costruirsi da sé o di costruire qualcosa si è spento sotto i riflettori della gloria di uno storytelling.

Tutto ciò che volgiamo è entrare nella sezione di un algoritmo che, come in una slot-machine, ci proietta nella combinazione giusta per incassare le monetine.

Abbiamo bisogno del consenso di qualche migliaio di sconosciuti.

Metafora questa che vale per tutti. In ogni ambito sociale.

L’IO è Divinità.

Per un attimo di realtà, ognuno di noi è pronto a stipulare quel patto che esclude la potenza dell’incredulità. Meglio una scelta logica e razionale, ineccepibile moralmente.

La magia diventa riflesso di ciò che è reale. 

Come se l’uomo non avesse più bisogno dell’oggetto magico.

Come se l’uomo potesse “curare” i propri bisogni, timori, angosce e passioni.

Come se il mondo dei sogni fosse un problema da rimuovere e da scollegare dall'inconscio.

Come se conscio e inconscio dovessero diventare una cosa sola.

E così facendo anche l’incapacità di stabilire un rapporto con la vita reale assume contorni sempre più visibili.

Stare al mondo non significa smettere di proiettarsi in un lieto fine, secondo i dettami della favola.

Ogni storia deve avere un lieto fine, affinché esso si trasformi, e trasformi il mondo in una nuova storia da raccontare. La magia è sempre la stessa. Le storie cambiano.

Cosa diversa è la narrazione dell’universo interiore: la storia che “cura”.

Il Talking cure, una formula che va molto di moda e che è diventata lettura utile. Il racconto diventa testimonianza e capacità di guardare a viso aperto le emozioni che fatichiamo ad affrontare. Ma non c'è nulla di magico nel talking cure.

Lo scrittore ha già percorso le vie tortuose della letteratura psicologica, e propone il cosiddetto linguaggio letterario criptico, la ricerca, la soluzione.

Lo scrittore vede nella forza creativa il cambiamento, ne conosce le difficoltà. 

Una fra tante difficoltà dello scrittore di oggi è quella del rifiuto del proprio interlocutore/lettore di calarsi nella sperimentazione proposta attraverso un'opera, soprattutto quando vi è di mezzo il fantasy. Il rifiuto di comprendere i percorsi di ricerca. E non per ultimo l'incapacità di affrontare un libro che non sia tra quelli imposti dal mainstream.

Perché tutto è mainstream o negazionismo. Il problema italico-mondiale della dualità di potere: o guelfi o ghibellini. O Montecchi o Capuleti: vicenda che W. Shakespeare ha trasformato sapientemente in una storia dove l’amore (in realtà platonico. Il più potente!) vince sullo storytelling del tempo. 

La magia si incastra perfettamente nella realtà!

L’uomo è un essere vivente limitato, anche quando invoca assiduamente la legge dell’attrazione; anche quando cerca le vie facili proposte da un algoritmo. Alla fine, ce la fa il più furbo, che spesso è anche un po' furfante.

Non dobbiamo metterci sullo stesso piano di una divinità. Ma smettere di credere che al di sopra di noi vi è un mondo che possiamo immaginare per una misera realtà, è da sciocchi!

La via giusta è la ricerca. Il ritrovare la capacità di sorprenderci, come sa fare un bambino. Il preferire l'illogico, l'irrazionale, l'imprevedibile, perché tutto è in movimento, costantemente. Non si può credere in qualcosa che è già passato.

E il movimento non è cosa da esorcizzare, ma qualcosa da abbracciare con la consapevolezza magica così facendo si è un passo avanti, rispetto a ciò che è considerato reale da una mente logica.

 

 

sabato 22 agosto 2020

The End

 


Trovare il modo perfetto per mettere un punto finale ad una storia vissuta fin nelle viscere è un’impresa, che si può comprendere soltanto se si conosce il fantasy.

Calarsi nella dimensione di Dio non è facile.

Non parlo per tutti, in questo blog esprimo soltanto i pensieri che costruiscono le parole che uso io!

È più facile fantasticare una storia attorno ad un personaggio virtuoso, spesso indipendente dal cosiddetto main-stream. Ma poi, come riflesso della nostra società, finiamo per punirlo; anzi finiamo per preferirlo ad un altro personaggio: che come un animale allo zoo, è bello da vedere perché rimane dentro la sua gabbia.

“Il fanatico non odia l’infedele quanto odia un eretico all'interno del tempio”.

In questo tempo siamo spinti ad avere posizioni moderate e a voler per personaggi degli animali da zoo.

È un tempo che non premia la veemenza, l’indipendenza, ma la lealtà. E quindi le storie che scriviamo devono essere più aderenti possibile al “main-stream”.

 

Riflettendo su quanto appena espresso mi è saltato alla mente il concetto di società tribale.

Chiamiamola famiglia, squadra, corrente, ognuno di noi è obbligato a scegliere da che parte stare, con chi stare, e soprattutto è obbligato ad essere “All in One”.

La società tribale è priva di un potere centrale. In essa vi è una figura preminente, quella del Big Men, e alcuni gruppi corporati. Nella maggior parte dei casi, nella società tribale, le decisioni sono prese a sorteggio, attraverso una prova di forza o di sopportazione e tutte le relazioni sono decise a tavolino. I figli appartengono alla comunità.

Ragionando in questi termini ho avuto un sussulto, pensando al nostro tempo e ai travagli che stiamo vivendo.

Tuttavia, devo ammettere che amo il vivere al di fuori del tempo di queste società.

 

Cosa c’entra tutto questo con il “The End” di un romanzo?

Lo scrittore è il Big Men di una società tribale in un non tempo.

Però, nessun scrittore ha le mani libere dai temi della società.

Il taglio letterario o interpretazione di una organizzazione sociale, è quella sagoma che si intravvede da un manto cucito col filo della cultura personale”.

Sul tema però vale la pena aprire un’altra finestra di discussione, in quanto credo che ci sia un’evoluzione che rende lo scrittore totalmente indipendente da sé stesso. Ne riparleremo.

 

Nella guerra tribale di questo nostro tempo vige la regola del “O tutto o niente!”

Tuttavia, credo che a questa società manchi una visione globale.

È come se l’uomo d’oggi si sentisse Dio, ma fosse totalmente incapace di avere un disegno preciso sulla propria vita.

Nessuno può avere la certezza di come andrà a finire.”

La stessa insicurezza ce l’ha lo scrittore.

Io non amo i “The End”, perché la fine impone una scelta.

Scrivere un finale porta a dover decidere da che parte stare. Ed il lavoro che porta a prendere tale decisione è imponente. Bisogna semplificare, fare ordine e avere disciplina per arrivare alla fine, in modo graduale.

Non si tratta di avere coraggio, bensì di avere un progetto.

Un progetto impone una visione chiara su ciò che si vuole raccontare.

Un progetto esige di avere la forza di rialzarsi quando si fallisce, attraverso i personaggi. Insomma, un pacchetto completo, come per la vita.

Se si accettano queste condizioni il “The End” diventa una grande sofferenza prima della liberazione, da qualsiasi tipo di società imposta, accettata o sovvertita.

Dovremmo essere tutti scrittori, per avere il giusto punto d’osservazione.

 

 

 

 


sabato 4 luglio 2020

lunedì 8 giugno 2020

L'uso delle parole




L’uso delle parole.

Prendo spunto da “L’uso della parola” di Renè Magritte.

Il pittore accosta un’immagine ad una scritta con l’intento di dipingere in modo semplificato, come fanno i bambini, per spiegare ciò che è complesso.

L’arte tutta, compresa quella delle parole, ci dice il pittore, è frutto di un linguaggio convenzionale, che arriva da un pensiero. Non è un’emozione, nemmeno intesa come negazione o straniamento. Non è copia della realtà, né realtà stessa.

Non voglio ora addentrarmi nei meandri oscuri del termine “convenzionale”, mi occupo invece del veicolo insito nelle parole per comunicare un pensiero. E lo faccio attraversando un problema attuale: la carenza di attenzione.

Oggi si va dritti al punto, grazie ai social media: 140 caratteri che ci hanno spinto ad estrapolare le parole da un pensiero. Ma non si confonda questo forzare l’uso delle parole con l’avere il dono della sintesi.

Chi si è cimentato come me, cercando un appiglio di attenzione, sa benissimo dove è stato trascinato con tale moncatura. E mi riferisco al Cyber-bullismo, allo straniamento dal pensiero, all'incapacità di comunicare emozioni.

Magritte è il pioniere del messaggio a 140 caratteri. La differenza rispetto ai suoi tempi, purtroppo sta nella “diversa” capacità nel pubblico di vedere, capire, conoscere, criticare. Incapacità dovuta ad un eccesso di sovrastrutture e ad un difetto di pensiero e di attenzione dell’uomo di oggi.

Oggi i caratteri sono 280, ma il dado è tratto, perché gli interlocutori vanno da 0 a 100 e più anni.

Nessuno escluso. In ogni dove. A qualsiasi ora. Sempre connessi!

L’abuso delle parole sistematico ci ha allontanato dal pensiero creativo.

Il mio intento è sempre stato quello di forzare la capacità di attenzione, perché bisogna riflettere su tutte le parole; tutte quelle usate per comporre, e fino alla fine dell’intero pensiero. Come si arriva a forzare.

Beh, è lo stesso percorso che si usa quando si accentra parte di una narrazione attorno ad un personaggio secondario per dare risalto a tutto l’impianto. Ossia, descrivo un evento focalizzando il tema su un oggetto marginale.

Questa tecnica serve a far riflettere, a fare erompere emozioni, anche negative, a tornare al pensiero/Io. Attenzione: le emozioni negative a cui mi riferisco sono quelle che portano alla critica e non all'insulto fine a se stesso. e qui è doveroso un accenno: l’occhio intercetta le parole che inconsciamente ci disturbano e indipendentemente dall'intero pensiero proposto o non proposto volutamente.

Anch'io ne sono vittima inconsapevole, per questo amo sviare l’attenzione del mio interlocutore,  cercando di modificare anche la percezione sulle parole che uso.

Sono sempre stata refrattaria a calarmi nelle formalità precostituite di testi convenzionali, utili soltanto a quell'interlocutore che non vuole ragionare, né sulla realtà, né sulle emozioni che scatenano dalla realtà, al di là dell’attenzione (Il linguaggio convenzionale è volto a soddisfare esclusivamente esigenze pratiche).

Tutto ciò che esce da un formulario può essere sostituito da un form, da un algoritmo o da qualsiasi cosa che non sviluppa un pensiero e che non ha una percezione basata sulle esperienze.

Invece, è la capacità umana a reagire all'imprevisto, al problema, alla difficoltà, che passa attraverso l’esperienza, gli errori e le parole/pensiero. 

la cornice ha anch'essa un rilievo! Altra storia.

Attivare il pensiero porta sempre alla critica. È inevitabile! 

Ma se il sentiero letterario ripido e scosceso mi ha fatto addentrare in paesaggi di pensiero altrui, suggestivi e indimenticabili, la fatica n’è valsa la pena. E anche la critica!

 

 

 

 

 

 


venerdì 1 maggio 2020

L'Oggetto Magico



Viene naturale in questo periodo di forte stress e depressione (intesa come privazione dell’aria, delle libertà, delle opportunità), cedere alla lusinga della celebrità facile; basta un’affermazione dai toni dirompenti oppure uscire dagli schemi del buonsenso e della ragionevolezza, qualche volta basta sconfinare nel campo del cattivo gusto, per avere un’attenzione che altrimenti sarebbe difficile intercettare. 
In questo momento di confinamento, il mondo cibernetico ci proietta al centro di un virtuale globalmente connesso. L’idea che il nostro io possa essere al centro e “virale”, ci lusinga. Questo è tutto ciò che rimane del romanticismo, che oggi però definirei perverso.

Rendere ben visibile ciò che prima era coperto da un velo di opacità è anche indice di debolezza.

Quale correlazione con l’oggetto magico?
Un personaggio in un racconto fantastico ha sempre bisogno di un aiuto per fronteggiare il male. Generalmente questo aiuto arriva in un momento inaspettato; arriva grazie ad un maestro, ad un saggio.

Secondo la mia visione del fantasy, l’oggetto magico è in possesso del personaggio in difficoltà fin dalla sua nascita, ma lui ne è inconsapevole.

Le difficoltà, la sofferenza, la paura spingono il personaggio-eroe a trovare la risorsa di cui ha bisogno: l’oggetto magico.

Ognuno di noi è il personaggio della propria storia esistenziale, anche quando apparentemente la vita si appiattisce e “qualcuno” tenta di convincerci che siamo tutti uguali, soprattutto nel disvalore. Che possiamo esistere allo stesso modo o nelle stesse modalità. E va dicendo:

“Non c’è bisogno della conoscenza, tanto il valore dell’uno sarà livellato al valore dell’altro”.

“Non c’è bisogno dell’esperienza, perché a decidere è un algoritmo”.

“Cosa ce ne facciamo dei principi reggenti la democrazia, non ci sarà più una comunità che ne avrà bisogno”.

Queste sono le tematiche che dovremmo affrontare con intelligenza non appena torneremo a ragionare su quanto è successo per “colpa” del COVID-19.


Ebbene, come in un fantasy, tutti noi possediamo un oggetto magico.
Un oggetto che abbiamo da sempre, e che ci aiuterà a sconfiggere l’isolamento, l’appiattimento, la paura del futuro; la lotta contro i soprusi, i danneggiamenti, il bullismo mediatico. 
Grazie all’oggetto magico di ognuno, verrà ristabilito un equilibrio tra le forze.
E la vittoria arriverà grazie alla nostra opera, alla nostra cultura, all’esperienza di ognuno; grazie alle diversità; grazie alle virtù che abbiamo acquisito vivendo.

L’oggetto magico ha il potere di mettere in campo il valore che ci contraddistingue.

L’oggetto magico ci spinge ad alzare lo sguardo, anzi a volgere lo sguardo lontano dalla menzogna.

L’oggetto magico ci permetterà di avere una ricompensa inaspettata.

E chi sarà mai quel vecchio saggio; il maestro che ci ricorda chi siamo, e che possiamo vincere grazie ad un oggetto magico?
Credo sinceramente che ognuno di noi sia consapevole degli incontri fatti nel corso della propria esistenza. Incontri reali. Incontri sottovalutati. Incontri che hanno lasciato un segno. Incontri di pochi attimi o attimi fatti di incontri.
Invito ad essere grati a quelle persone che sono venute alla vita (anche) per aiutare noi.
E vi invito a non sottovalutare l’importanza e la potenza dell’oggetto magico. Io non lo sottovaluto in nessuna storia.

(A seguire una short-story correlata)


domenica 5 aprile 2020

Post-trauma Covid-19




Il covid-19 è paragonabile al peggiore dei traumi che la nostra memoria possa ricordare, semplicemente perché ci tocca da vicino, ci isola, ci obbliga a rompere le riga; e se non bastasse è un trauma globale, è cosa che il mondo conosce nello stesso tempo e nello stesso modo, attraverso la morte. Il covid-19 è un trauma che condividiamo.
Una morte traumatica, prematura, una vita spezzata segna il futuro di colui che “c’era” e ce l’ha fatta a sopravvivere. Ma una morte da covid-19 ci lascia la sensazione che tutto possa ridursi a solitudine, a rottura con gli affetti, ad allontanamento nel corpo e nello spirito, a perdita della memoria storica; almeno per i primi momenti, la morte da covid-19 è qualcosa che non credo possa ancora essere descritto in letteratura.
L’ateo è portato a dire, “La vita va avanti”. Il cinico dice “The show must go on”.
Tutto è perennemente in movimento, questo è vero, ma un trauma di tale portata interrompe un percorso, un progetto di vita. Vi è una frattura che deve essere codificata, perché questo trauma mette in discussione la concezione della vita stessa, così come impostata fin dall'inizio. Il nostro essere comunità. La rete di cui godiamo per evolvere socialmente. Le stesse amicizie storiche assumono un aspetto diverso, perché diverso è il modo in cui guardiamo fuori dalla finestra della nostra “casa”.
Il cambiamento repentino porta ad una serie di cambiamenti repentini e ciò genera caos.
Il caos del cambiamento ci oscura la ragione, mette in subbuglio il cuore, eppure la nostra psiche interiore conosce la nuova via, già tracciata secondo gli algoritmi dell’universo.
Il cambiamento ci confonde e percuote perché inarrestabile, almeno fino a quando un nuovo equilibrio viene a formarsi. Qualcosa però si muove dentro di noi.
E se vi dicessi che quel qualcosa si chiama “paura”?
La paura ci precede, come se avesse un’intelligenza autonoma. Essa conosce meglio di noi il cosiddetto protocollo. Lei ci mostra gli ostacoli che dobbiamo superare, e sebbene la reazione all'ostacolo varia da persona a persona, come se qualcuno fosse più predisposto a reagire rispetto ad altri; la paura conosce prima di noi dove dobbiamo arrivare, ognuno secondo il proprio schema personale.
Noi tutti abbiamo bisogno di immaginarci impavidi cavalieri che non temono il drago, anzi lo cavalcano, e che se ne infischiano anche della ricompensa, poiché hanno una missione.
In questo momento credo che la paura non debba essere considerata il drago da sconfiggere.
Essa è soltanto l’alter ego del mondo, che si esprime in modo caotico perché chi genera paura ha bisogno di generare caos ed il mondo reagisce secondo le proprie “regole” auree.
La paura di fare brutta figura. La paura della malattia. La paura di incontrare una persona diversa per idee e stile di vita. La paura di avvicinarci l’uno all'altro, e basta.
Il mio consiglio, non richiesto, non di valore, è questo: “Diamo alle nostre paure un’occasione”.
Ciò a cui mi riferisco è la capacità di crescere nonostante tutto, nonostante la paura, nonostante gli ostacoli. Da soli.
E qui entra in ballo la creatività, anche se spesso non è altro che sperimentazione, ricerca di noi, consapevolezza. Il come affrontare i propri demoni a viso aperto, incontrandoli, attraversandoli.
Il nostro bambino interiore ha già in serbo un volto differente per la paura. E quindi, in questi momenti dobbiamo tornare bambini. Dirlo non è un cliché.
La creatività ci rimette in pista. Ci dà una nuova chiave di lettura. Ci permette di imparare ad esprimere bisogni e desideri. Ci aiuta ad esplorare. Ci fornisce del coraggio necessario per partire.
Quando devo affrontare una corsa faticosa amo dire, “Io ho già vinto, adesso, nel momento in cui parto”, perché non ho paura di affrontare la montagna. Il drago/paura ( che è coraggio e montagna ) mi aiuterà.


lunedì 9 marzo 2020

nCoV-2019

Voglio tornare sul tema della creatività: il santo graal di chi vuole espandere i propri orizzonti pur rimanendo nella solitudine di un piccolo spazio, che sia di lavoro, di vita o di esperienza.

In questi giorni di esasperazione, la creatività potrebbe rendere libere tutte le persone che hanno un concetto sbagliato di emancipazione, e per questo sono perennemente insoddisfatte. Mi riferisco soprattutto alle folle che violano i consigli di certa comunità scientifica, andando alla ricerca disperata di un bene rifugio, come il cibo o sperando in un incontro inutile, non qualificato in luoghi di aggregazione mondana.

C’è un virus che minaccia la nostra salute, la nostra economia e quindi la nostra libertà.

C’è un virus che vogliamo combattere con l’idea di una immunità ottenuta con la meritocrazia, grazie allo status o semplicemente con la prudenza fattasi stoltezza.

Nessuno, invece, è immune al nCoV-2019. Il nemico è invisibile. Il nemico, per ora, fa parte di quell’ignoto che la mente umana rifiuta.



E anche una sbagliata immaginazione può rendere reale un virus invisibile e sconosciuto.

La nostra creatività inconscia lavora per noi, alimentando una serie di immaginazioni sulle ipotesi più disparate. Ciò è dovuto soprattutto al bombardamento di messaggi virulenti, spesso contradittori, pur paradossalmente simili.

L’inesperienza e la disinformazione ci ha reso incapaci di discernere, di criticare e di saper riconoscere quale elemento storpia e rende un messaggio contradditorio, se non anche falso.

Dobbiamo imparare a lasciar sedimentare le notizie, per non essere carnefici di noi stessi.



Quando uno scrittore cerca il filo di una trama, si pone come obiettivo il dare un senso logico alle mille immaginazioni creative che in uno spasmo di scrittura vengono cristallizzate in pagine e pagine di narrazione. Spesso le nostre stesse immaginazioni non sono facilmente gestibili dalla mente umana, ossia da una logica razionale.



Non c’è molta differenza dalla narrazione che ogni giorno ci viene proposta e che seve soltanto a confondere per l’appunto la logica razionale dell’inconsapevole interlocutore.

Confondiamo la notizia con il dato eziologico e di conseguenza cerchiamo di rimuovere l’uno e l’altro. Le reazioni sono le più improbabili e per questo anche scusabili. Il cittadino non ha più un modello da seguire e si ritrova a vagare come uno zombi dentro ad un centro commerciale o tra le vie incantate di una città che non può più alzare una cinta protettiva.


L’unico modo per organizzare un caos è quello di guardare il disordine da diverse prospettive ed immaginare un ordine. Questa è la vera immaginazione creativa. L’immaginazione che porta ad una emancipazione.

Ognuno di noi ha una propria isola felice dove poter rifugiarsi, dove poter difendersi dal caos dalla politica della paura, dove poter avere un pensiero positivo.

Quell’isola felice è dentro di noi e non può essere contaminata.

Cosa disarma il contagio da nCoV-2019? Una quarantena.

Che messaggio miracoloso.


Poter disconnettersi dal mondo e andare in vacanza in quella nostra isola felice, che è anche una proprietà esclusiva, deve essere considerato il vaccino perfetto.


Questa quarantena è il migliore dei momenti per apprezzare la solitudine, entrare in contatto con noi stessi, poter ritrovare il senso della critica e la capacità di saper discernere tra cosa è giusto e cosa non lo è!

Questo è il momento migliore per tornare a sognare ad occhi aperti, immaginare la nostra prossima sfida, porsi grandi domande ed osservare da una giusta angolazione le reazioni altrui.


Buona opportunità a tutti!

mercoledì 5 febbraio 2020

L’inizio. L’idea. La ricerca. La decisione.




Ogni volta che ci esponiamo veniamo criticati.

Ogni volta che iniziamo qualcosa subiamo una critica. Ogni volta che abbiamo un’idea e soprattutto, ogni volta che prendiamo una decisione, dobbiamo accettare la voce di qualcuno che si sente in dovere di contraddirci.

Cogliere nella critica un elemento di valutazione oggettiva di una delle verità possibili nel caos della genesi non è sempre agevole, spesso si incontra una forza uguale e contraria all’amore con cui si sta generando un’idea. Un autore guarda ai propri interlocutori come a dei consiglieri fidati, rischiando invece, di essere stoppato proprio all’inizio.

Nella realizzazione di un’opera, l’inizio è paragonabile al prima di un tutto. L’inizio dunque è l’attimo prima di un’idea. E’ il caos che non trova quasi mai una giusta costruzione. Sono io che mi faccio architetto, e mi diverto nel codificare la mia ispirazione.

L’idea è la capacita di catturare un sogno fatto ad occhi aperti. L’idea è una visione che è stata vissuta.

Per me è anche il momento migliore di un progetto di scrittura, qualsiasi esso sia.

Non so mai che fine farà l’origine di un’idea e poco m’importa, perché per quanto io possa manipolare tale caos attraverso le informazioni che mi arriveranno in un secondo momento, ossia attraverso la ricerca; l’ispirazione rimarrà fiamma che arde. L’ispirazione è una fiamma ben riconoscibile anche se attorniata da un quantità abnorme di parole.



Quando ho deciso di far leggere un’idea di lavoro, nel suo apice, quindi in pieno caos d’origine, ho subito la peggiore delle torture, quindi qualcosa di più di una critica. La mia idea agli occhi del mio interlocutore appariva un concetto inafferrabile, mentre per me era un mondo di immagini, traversie, avventure, gioie e speranze. Per me l’idea era già storia compiuta: un tutto d’origine, per l’appunto.

L’input, che sta alla base dell’idea, mi porta a fare ricerca.



Avete mai provato a condividere i vostri momenti di ricerca? Un altro esperimento fallito!

I libri che si possono trovare sopra il mio tavolo quando sono in modalità “studio”, sono tra i più improbabili, così come lo sono le keywords che uso sul web.

C’è sempre un’anima perfetta che vede negli altri l’imperfezione, quindi il mio consiglio è di andare avanti, di non scoraggiarsi, perché il passo successivo, in qualunque fase di progettazione, checché se ne dica, è sempre il più entusiasmante.

Una volta deciso di partire, controvento ed in salita, bisogna saper usare il proprio entusiasmo. Mantenere il fervore iniziale non è cosa agevole.

Non importa cosa si sta scrivendo; il taglio sociale, religioso o politico è il frutto di una nostra decisione. Le decisioni, momenti di reale frustrazione.

Spesso la decisione che prendiamo non è conforme alla realtà, anzi può modificare il corso degli eventi, anche letterari; e qualche volta su alcune tematiche trasforma anche l’ottusità dell’autore.

Non è importante essere compiacenti e realizzare ciò che la società dominante impone come modello. E’, invece, importantissimo, quanto doloroso, decidere secondo l’orientamento della nostra identità spirituale. Solo così le parole prendono forma; prima, durante e dopo.

Quello che voglio dirvi è che un percorso letterario, di scrittura, artistico, non è per niente facile. Ci sono momenti di grande fermento e momenti di scoramento. Ci sono opposizioni. Idee divergenti. Conflitti interiori, surreali e reali. E tante, tante critiche. Ma ne vale la pena.

In un’altra occasione vi svelerò come trovare il coraggio di mettere un the end ad una storia.




giovedì 9 gennaio 2020

Il Lettore




Con l’avvento del sistema globale tutto può dirsi alla mercé di un algoritmo.

Allora, perché scrivere un romanzo e soprattutto per chi?

La simbologia delle lettere sembra aver perso la propria forza di attrazione. In questo tempo è sufficiente un’immagine a raccontare la storia di una vita, di un’esperienza, di un’emozione.

Siamo tutti bombardati di immagini che descrivono un accadimento di pochi attimi. Le immagini raccontano una storia che nasce e muore all’istante. Questo è il tempo in cui si possono guardare anche 1000 storie al giorno, basta un TikTok.

Un libro invece esige concentrazione, dedizione, disconnessione.

Il motivo che spinge uno scrittore a scrivere una storia è il desiderio di cristallizzare ciò che dalla storia può scaturire attraverso la lettura. Come se leggere rivelasse segreti ben custoditi, ovvero quelle migliaia di frequenze che il nostro DNA recepisce e che trasforma in informazioni fatte di numeri, lettere, e quindi suoni, immagini, odori. Un romanzo al pari di una sinfonia, di un dipinto, addirittura di un piatto di lasagne ha insito quelle percezioni sensoriali che portano alla formazione di una memoria emotiva, la quale supera di gran lunga l’intelligenza artificiale di un algoritmo.

Insomma, in questa parentesi antropologico-evolutiva l’uomo ha perso la capacità di interagire con l’universo, preferendogli una piatta raffigurazione.

Nessun uomo deve smettere di cercare la codificazione della nostra memoria emotiva, ossia quella che apre alle meraviglie del cuore e che muove le leggi di ciò che non conosciamo; ciò che ha il potere di procurarci stupore. Ecco la mia risposta!

Non critico, né censuro la grande opportunità offerta dal web, tuttavia voglio preservare la sensibilizzazione che ci rende esseri unici.

Al lettore ricordo che la connessione cibernetica lo ha allontanato dal silenzio, dall’isolamento e dalla immaginazione, mentre è il desiderio di ricerca, la curiosità, il piacere di scoprire il codice di un altro DNA, che abbisogna proprio di silenzio,  di isolamento e che sviluppa l’immaginazione.

Il silenzio è un mondo fatto di pensieri rivolti all’infinito. Il silenzio è un risultato che si conquista con un sano esercizio. Dal silenzio possiamo trarre molti benefici, tra cui il senso critico.

L’isolamento è un momento che viene dedicato alla creazione di qualcosa, la quale abbisogna soltanto di colui che la genera attraverso uno scambio privilegiato di vibrazioni. Qualcuno la chiama creazione. Per un artista si estrinseca attraverso la creatività. Essa non segue una tendenza. Non teme il copyright. Non teme la censura. La creatività è quel flusso continuo di idee che ingenerano una tale forza, energia, voglia di vivere nell’autore; tanto che l’universo la recepisce come informazione.

Ecco allora che quando le parole-simboli vengono lette prendono forma e vibrano di frequenze riconoscibili.

Ho il privilegio di possedere una mia personale biblioteca. Ogni libro corrisponde ad un momento, ad un vissuto. E se ho bisogno di risposte, so esattamente quale libro cercare, come se ci fosse un rapporto personale sempre vivo con tutti i libri che posseggo.

Provate a fare la stessa cosa entrando nei meandri del web, tra canali e piattaforme, aggiornate solo a fini economici, vagando tra le directory algoritmiche, e cercando tra le pagine che si sono costruite attraverso le immagini catturate da occhi diversi dall’amministratore e disinteressati rispetto all’utente.

Il lettore dunque diventa un utente che non può arricchire la propria intelligenza emotiva, perchè è chiamato ad interagire, ovverosia a dare piuttosto che ricevere.

Il lettore è invece colui che fa rivivere una storia dopo che è stata intrappolata dentro ad una precisa composizione di frequenze fatte di parole.

Per questo auguro a tutti un 2020 di buone letture.